Abramo, Il modello della ripartenza secondo l'arcivescovo Luigi Vari

Abramo, Il modello della ripartenza secondo l'arcivescovo Luigi Vari

Costantemente in questo tempo ci viene riproposto il concetto della ripartenza. Un’idea che spesso, però, troviamo indefinita e che ci pone persino dubbiosi su come affrontarla. Un’idea che forse può essere affiancata alla vocazione di Abramo. Le parole della vocazione di Abramo, infatti, possono essere lette solamente nella prospettiva del futuro e della speranza. La vocazione di Abramo si sostiene su una promessa. Basta leggere il testo per rendersi conto di come sia importante il tempo futuro: farò, benedirò, ti tenderò, benedirò. Questo futuro giustifica il presente che chiede di uscire, di lasciare la terra e anche la religione dei padri.

Già dai primi passi Abramo si rende conto che fidarsi e affidarsi non è cosa che si fa una volta per sempre: è un cammino che inizia. È bello sentire queste parole che chiedono di uscire, ma poi bisogna uscire. La vita sembra incaricarsi di mettere continuamente in discussione le promesse. La prima grande promessa che Abramo aveva ricevuto è quella della discendenza, ma già al capitolo 15 lo sentiamo rispondere a Dio: “Signore Dio che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Eliezer di Damasco; non mi hai dato una discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Abramo vede messo in questo il futuro e la propria discendenza. Per questo, spinto dalla sete di futuro, non teme di rimproverare Dio per come sta guidando la storia.

Chi non conosce, poi, la pagina drammatica di Genesi 22 quando Isacco, il figlio finalmente avuto, l’unico, è chiesto in sacrificio a un Abramo ormai vecchio? Chi di noi non ha mai pensato che Dio e la sua parola sono solo delle fantasie? Chi di noi non si è sentito, come Abramo, povero di futuro? Non è forse il futuro a essere messo in discussione anche da questa pandemia? Che atteggiamento abbiamo verso il futuro? Che sentimenti proviamo quando pensiamo al nostro futuro o al futuro della Chiesa? Non capita di vivere esperienze di Chiesa che sono riconducibili solo ad analisi cupe e di avere sete di fiducia, di speranza? La risposta di Dio ad Abramo e a noi è quella di renderci consapevoli che, forse, il nostro non è l’unico modo di vedere le cose. Infatti, Dio non risponde ad Abramo argomentando, ma conducendolo fuori. Al capitolo 15 leggiamo: “Poi lo condusse fuori e gli disse guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle, tale sarà la tua discendenza”.

Fuori dove? I rabbini leggono che lo conduce fuori da un modo di leggere le cose come se fossero immutabili, come quando si legge il proprio destino nelle stelle. Tu riesci a contare le stelle? Tu riesci a sostenere il cielo? Tu sei padrone del pensiero di Dio? Credere è uscire, è rinunciare al pensiero che Dio è sotto il mio controllo e che posso ogni tanto fargli il tagliando per vedere se funziona o no. Credere è provare la vertigine dell’infinito, la stessa che prova Abramo quando si rende conto che le stelle non sono Dio, che Dio è nascosto fra le stelle e, qualche volta, dalle stelle.

Non si può fare un censimento delle stelle, non ci appartengono, appartengono a Dio. Tale sarà la tua discendenza, appartiene a Dio. Anche in questo tempo ricordiamolo: il futuro appartiene a Dio, lasciamo che gli appartenga. È certo che la fede vacilla nei momenti di insicurezza, quando abbiamo la sensazione di non sapere che fare e di non essere in grado di prendere le decisioni necessarie. Quando gli avvenimenti ci vengono incontro con il loro aspetto più terribile, bisogna – cito il teologo luterano tedesco, Dietrich Bonhoeffer – saper reagire resistendo fin dove è possibile. Resistere, però, non è fare teoria e ideologia, piuttosto si resiste quando non si rinuncia a cercare negli eventi più spersonalizzanti, più privi di Dio, la presenza di Dio. Questo grande teologo dice: si tratta di trovare il “Tu” di Dio, sempre.

L’arcivescovo di Gaeta Luigi Vari

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